Cos’è l’effetto nocebo?

Come la preoccupazione di ammalarci è in grado di farci ammalare

Molti sperano di trovare reti Wi-Fi ovunque, possibilmente gratis. Altri invece, molti meno, cercano di evitarle in tutti i modi e possibilmente definitivamente.

Chi soffre della Sindrome Wi-Fi afferma che le onde radio utilizzate per le moderne comunicazioni causino cefalee, nausea, stanchezza, formicolii, difficoltà di concentrazione, stress gastrointestinali ed altri veri e propri sintomi.

Qualcuno ha già reagito in modo drastico. Stando a quanto riportato da Agence France-Presse una donna ha abbandonato la propria fattoria nel sud est della Francia dopo l’installazione di alcuni ripetitori per telefoni cellulari (che proprio come il Wi-Fi utilizzano onde radio) e si è rifugiata dentro una grotta in mezzo alle Alpi.

Negli USA allo stesso modo, alcuni cittadini si sono trasferiti in abitazioni all’interno della United States National Radio Quiet Zone, una vasta area montana al confine tra West Virginia e Virginia, dove Wi-Fi, cellulari e tutte le altre trasmissioni radio sono notevolmente limitate per la presenza di un importante telescopio con il quale potrebbero interferire.

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Questo tipo di disturbo è stato classificato dagli scienziati come I.E.I-E.M.F. (“idiopathic environmental intolerance attributed to electromagnetic fields,”) in Italia chiamato più semplicemente Elettrosensibilità (ES). Tuttavia nessun gruppo di ricerca ha mai evidenziato prove valide riguardo all’esistenza sia di un effettivo rischio, sia di una effettiva causa (come indicato dalla parola “Idiopathic”)

L’Elettrosensibilità trova spazio nel contesto più ampio di un altro fenomeno: l’ Effetto Nocebo, che qualcuno ha semplicemente definito come il malevolo Mr. Hyde del più noto Effetto Placebo.

Un placebo è una sostanza inerte e senza alcuna proprietà farmacologica, che tuttavia determina un miglioramento clinico osservabile in seguito alla sua somministrazione. Al contrario attraverso un nocebo, un’aspettativa dannosa si produce in una dolorosa realtà.

Nei trials farmacologici clinici ad esempio (necessari per testare l’efficacia di una terapia) spesso i pazienti accusano gli effetti collaterali da cui sono messi in guardia, anche se sono sottoposti ad un trattamento placebo.

Come abbiamo visto nel caso del Wi-Fi, l’effetto nocebo non è confinato solamente ai trattamenti clinici e può produrre effetti sorprendenti se non addirittura inquietanti: nel 1995, in seguito all’attacco con gas nervino nella metropolitana di Tokyo per mano di una setta religiosa, gli ospedali si affollarono di persone che non entrarono mai in contatto con il gas, ma che accusavano gli stessi sintomi altamente pubblicizzati di una potenziale contaminazione. In particolare nausea e vertigini.

Può sembrare la scena di un romanzo di Don De Lillo, ma questo tipo di risposta è molto comune nei disastri in cui l’agente dannoso è invisibile, come contaminanti chimici o radiazioni. Un altro esempio è quanto accaduto nello Stato americano del Tennesee nel 1998: un’intera scuola fu evacuata dopo che un’insegnante affermò di sentire odore di benzina e cadde in preda a cefalea, vertigini e nausea. Circa in cento tra studenti e personale scolastico accusarono gli stessi sintomi e furono ricoverati in ospedale. Anche in quel caso non furono trovate cause mediche o ambientali tali da spiegare i sintomi.

Andando in ambito più clinico, esiste una reazione anticipatoria dell’organismo chiamata Iperalgesia da nocebo, che si verifica quando ci si aspetta la comparsa di un dolore intenso. In questo caso l’ansia che anticipa l’imminente stress induce nel cervello l’attivazione di colecistochinina, che avrà a sua volta un effetto amplificante sul dolore anche se non si è in presenza di nessuno stimolo dolorifico. Per cui è possibile prevenire questa risposta nocebo mediante farmaci ansiolitici.

Al trattamento  placebo viene spesso attribuito il marchio di falso, fasullo o artefatto ma, come è stato ampiamente visto, gli effetti sono decisamente reali.

Gli antidolorifici placebo attivano gli analgesici endogeni dell’organismo, quelli per il Parkinson inducono il cervello al rilascio di dopamina, mentre i placebo per ansia e depressione provocano cambiamenti nell’area cerebrale che regola le emozioni.

In un clamoroso studio i placebo hanno addirittura provocato sensibili miglioramenti nel trattamento della sindrome del colon irritabile, perfino quando i pazienti erano consapevoli di affrontare una cura placebo.

In campo medico ci si sta interrogando se si debba prendere maggiormente in considerazione la via placebo e allo stesso modo scoraggiare l’insorgenza dell’effetto nocebo. Innegabile è il potere che questi meccanismi di aspettativa e condizionamento esercitano sulle condizioni del paziente ed inevitabilmente si apre la strada a un dilemma etico dal quale non sembra agevole uscire:

È giusto tenere il paziente parzialmente o completamente all’oscuro del tipo di terapia che si affronterà effettivamente?

È giusto mettere in guardia un paziente da eventuali effetti collaterali sapendo che ciò ne aumenterà le probabilità d’insorgenza?

Prima di rispondere dobbiamo però tenere presente che esiste una priorità più urgente. Uscendo da cliniche ed ospedali, il più grande e diffuso effetto nocebo è quello fornito da internet. Fino a non troppi anni fa servivano diverse settimane per raccogliere la quantità di informazioni necessaria a farci spaventare a morte per un gonfiore o un prurito.

Oggi possiamo raggiungere lo stato di terrore vero e proprio in qualche minuto di ricerche online, standocene comodamente seduti in casa. Cercare di arginare questo fenomeno dovrebbe essere prioritario, sia evitando sensazionalismi da parte dei media e sia evitando di sostituire il nostro medico con un Pc.

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