Il soffocamento dei mari: le zone senza ossigeno sono in pericoloso aumento

Le aree prive di ossigeno sono aumentate vertiginosamente negli ultimi decenni, con gravi conseguenze per la vita marina e l’umanità

Dal 1950 le dimensioni delle zone oceaniche prive di ossigeno sono quadruplicate, mentre il numero di quelle situate vicino alle coste si è moltiplicato di dieci volte.

La quasi totalità delle creature marine non può sopravvivere in queste zone e se questo andamento dovesse confermarsi a lungo termine, ci troveremmo di fronte ad un’estinzione di massa per le centinaia di milioni di persone che si affidano al mare per vivere.

La causa principale della de-ossigenazione su larga scala dei mari è il cambiamento climatico, provocato dalla combustione di carburanti fossili, che comporta il riscaldamento dell’acqua con conseguente minor portata di ossigeno. Per quanto riguarda le zone costiere, le principali minacce arrivano dai fertilizzanti e dai liquami che vengono riversati dalla terra al mare.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Science, è la prima analisi globale su queste aree e dichiara che i più grandi eventi d’estinzione di massa nella storia della Terra sono associati con climi caldi da scarsità di ossigeno negli oceani.

Zone Morte oceaniche nel mondo
La situazione globale delle zone morte oceaniche e di quelle a rischio

L’espansione di queste zone può aumentare la produzione di N2O (ossido di diazoto, un potente gas serra, 300 volte più impattante della CO2); ridurre la biodiversità eucariotica; alterare la struttura della catena alimentare. Inoltre, un importante paradosso da considerare nel predire gli effetti su larga scala della de-ossigenazione dei mari, è che alti livelli di ossigeno sono associati ad alti livelli di produzione dei sistemi costieri (pesci ed altra fauna marina) più floridi, mentre alle zone con minori livelli di ossigeno sono associate alcune delle zone dove la pesca è praticata in modo intensivo. Un altro aspetto “ironico” riguarda il consumo esponenziale d’ossigeno: laddove ne è presente in quantità minore, gli organismi devono respirare più velocemente, consumandolo più in fretta.

Gli oceani, con il loro contenuto, sfamano da sempre l’umanità ed hanno contribuito all’evoluzione dell’Uomo così come lo conosciamo. Oggi le persone che dipendono direttamente dalle risorse alimentari marine sono 500 milioni, specialmente nelle nazioni più povere, e quelle che ne traggono un’occupazione sono 350 milioni. Secondo lo studio, le zone morte (dead zones) in prossimità delle coste sono almeno 500, mentre nel 1950 erano meno di 50. Inoltre è ragionevole aspettarsi che la situazione reale sia ancora peggiore, dal momento che molte regioni non vengono monitorate.

In mare aperto le zone con scarso ossigeno esistono naturalmente e si trovano generalmente a largo delle coste ovest dei continenti, a causa delle correnti marine impartite dalla rotazione terrestre. Tuttavia negli ultimi anni queste zone si sono ingrandite di milioni di chilometri quadrati, aumentando dagli anni Cinquanta, di una superficie equivalente all’intera Unione Europea.

Nelle zone costiere, il riversamento in acqua di fertilizzanti, liquami e letame causa il fenomeno della proliferazione delle alghe (Algal Bloom). Tali alghe hanno una vita piuttosto breve (da alcuni giorni ad alcuni mesi) e quando muoiono, i batteri che si occupano della decomposizione consumano una quantità straordinariamente grande di ossigeno, provocando il decesso degli organismi marini. Questo fenomeno si sta ampliando sempre di più, tanto che le zone morte rappresentano una vera e propria minaccia planetaria e l’Unesco per contrastarle ha dato vita ad un gruppo internazionale di lavoro chiamato Intergovernmental Oceanographic Commission.

Oltre all’impatto devastante su pesci e molluschi, le dead zones provocano anche la morte delle barriere coralline, fondamentali per mantenere sotto controllo il livello di acidità dei mari.

Il fenomeno della proliferazione delle alghe ha colpito severamente negli ultimi anni diversi Stati. Uno di questi è il Cile, i cui abitanti nel 2016 hanno visto le proprie coste ricoprirsi delle carcasse di milioni di salmoni, sardine ed altra fauna marina, in quella che è stata battezzata la “marea killer“, che è costata all’economia del Paese sudamericano 1 miliardo di dollari.

Nonostante la velocità con cui si propaga questa minaccia lungo le coste del nostro Pianeta e in mare aperto, l’Intergovernmental Oceanographic Commission afferma che non tutto è perduto.

Per combattere le zone con scarso ossigeno e riportare la vita nelle zone morte, gli autori fanno tre raccomandazioni:

  • Tagliare le emissioni da combustione fossile e l’inquinamento marino;
  • Creare delle aree protette, a pesca vietata, dove i pesci che fuggono dalle zone morte si possano rifugiare;
  • Aumentare il monitoraggio delle zone a rischio per determinare le soluzioni più efficaci.

Frenare il riscaldamento climatico è una sfida mondiale e richiede uno sforzo planetario. Ma ricordiamoci che i macro cambiamenti sono costituiti dai micro cambiamenti.

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